
Ci sono cose che ti porti dentro, anche se fai fatica a raccontarle.
Cose che tornano a farsi sentire, vive, forti, proprio quando meno te l’aspetti.
Mentre stai facendo tutt’altro. Pensi tutt’altro.
Vivi tutt’altro.
A me è successo ieri, durante il concerto di Daniele Silvestri.
Quello a cui non pensavo di andare, ma poi invece sì.
Alla fine di un brano, sul maxischermo, sono passate le immagini della strage di Via D’amelio. Antonino Caponnetto - tra i calcinacci, le lamiere e il fumo - appare distrutto, affranto. Un uomo a pezzi.
Si porta un fazzoletto vicino alla bocca e continua a ripetere ossessivamente una frase.
Una sola.
“È tutto finito”.
È.
Tutto.
Finito.
Io c’ero il giorno in cui tutto è finito ed è finito per davvero.
Ero proprio lì, a Palermo.
A duecento metri di strada da una via di cui non avrei mai più scordato il nome.
A duecento metri da un botto talmente forte che se chiudo gli occhi ancora lo sento.
Non ho dimenticato niente di quel pomeriggio.
Niente.
Ricordo come erano disposti i mobili di quella sala parrocchiale adibita a dormitorio per noi scout venuti da lontano. Ricordo dove era il mio materassino, il mio vicino di posto, il numero di Topolino che stavo leggendo. Quello scoppio talmente forte che non pensavo neanche potesse esistere un rumore così, e poi tutti fuori a vedere il fumo nero, altissimo. A respirare quella polvere amara e fastidiosa.
A fare domande.
Dice che è scoppiata una caldaia in un palazzo dopo l’incrocio liggiù.
Dice che non è una cosa grave.
Dice: “Non vi preoccupate. Rimanete fermi qui. Più tardi vi porteremo a telefonare ai vostri genitori”.
Dice che hanno ammazzato un giudice.
E lo dice un ragazzo.
Sembra la scena di un film: la musica si ferma, tutti i personaggi in campo si girano a guardare nello stesso punto, un movimento di camera segue la traiettoria e lì, nel silenzio, c’è un ragazzino di quasi quindicianni con una faccia che davvero non permette repliche.
Il volto della sconfitta. Della disillusione. Della perdita.
È. Tutto. Finito.
Avevano ammazzato un giudice. Il giudice Paolo Borsellino.
Ero un ragazzino anche io e quel nome l’avevo sentito pronunciare solo un’altra volta, pochissimi mesi prima. A maggio.
Ricordo che in quel momento non riuscivo davvero a capire la delusione sui volti dei ragazzi siciliani che avevo intorno.
Provavo solo paura. Terrore. Ansia.
Loro invece apparivano tranquilli, sedati quasi. Zombie.
Arresi.
Il resto di quella giornata è solo un frastuono di sirene, e noi seduti sul tetto dell’oratorio a guardare le luci, e cercare di comprendere l’enormità di quello che avevamo appena vissuto.
La mattina dopo trovammo un autobus ad aspettarci fuori dal cancello.
Ci trasferivano da Palermo all’entroterra di Agrigento, dove avremmo dovuto campeggiare, piantare le tende, fare le cose da scout.
Restammo in Sicilia per altri dieci giorni. Nessuno parlò più di quel diciannove luglio, eppure tutti sembravano essere rimasti lì. A duecento metri da Via D’amelio.
Nel cuore di una città in cui non metto piede da quasi vent’anni.
Quasi vent’anni oggi.